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giovedì 4 aprile 2013

I Grandi del Jazz: 18 - Charlie Parker






Charles "Bird" Parker, Jr (1920-1955) sassofonista.
Uno dei padri fondatori e l'assoluto ispiratore del bebop.








Virtuoso del proprio strumento, che suonava con una tecnica che pochi sono riusciti ad egualiare, fu un personaggio dalla vita tormentata, segnata dalla dipendenza dalla droga e dall'alcool.

Parker ha rappresentato un'epoca, con il meglio e il peggio di uno stile di vita che uscendo dal campo musicale ha ispirato i poeti della beat generation e ha creato un modello che verrà purtroppo seguito da centinaia di artisti.
Uno stile di vita che vede l'artista bello e maledetto, alcolizzato, drogato, consumato dal suo stesso genio.
Uno stile di vita che ha visto morire tanti grandi musicisti e questo per almeno trent'anni, fino alla fine degli anni settanta.




Parker debutta nel 1937.
Nel 1941 si trasferisce a New York dove entra nella big band di Jay McShann, cambia poi con quella di Earl Hines e alla fine con quella di Billy Eckstine, ma non è un uomo da orchestra,è indisciplinato, non rispetta gli orari e i ruoli.





Inizia così a frequentare i piccoli club della 52° strada dove incontra Dizzy Gillespie che aveva già iniziato a riscrivere le regole del jazz moderno.

A quell'epoca aveva già incominciato a sviluppare un suo personalissimo stile che influenzerà molti musicisti dell'epoca diventando un vero e proprio linguaggio che verrà in seguito chiamato Be Bop.





La sua fama esplode nel 1945 proprio nei gruppi in cui suona con Gillespie: le incisioni di Billie's Bounce, KoKo, Now's The Time, Ornithology rappresentano una vera e propria rivoluzione segnando per sempre la storia del jazz.





Parker con il suo sax alto acquisisce una tecnica impareggiabile per fantasia e originalità, il suo nome inizia ad essere conosciuto anche dal grosso pubblico, diventa un mito per gli addetti ai lavori.

È un uomo brillante, colto, dotato di un naturale e mostruoso talento, un solista formidabile, esuberante, capace di improvvisare a velocità fantastica, di inventare splendide melodie, di commuovere con il suo lirismo, rappresenta per la comunità nera del suo tempo il raggiungimento di una pari dignità con i bianchi.



E' da tutti riconosciuto come un genio e un genio della musica lo era davvero, ha riscritto e ha cambiato tutte regole del jazz e ha modificato il modo di suonarlo.

Spesso ci si chiede cosa avrebbe potuto raggiungere se il colore della sua pelle non l'avesse relegato nel ghetto fra alcool, droga e disperati, se avesse potuto studiare musica ed approfondire le sue intuizioni.



E' rimasto invece quel sassofonista selvaggio e geniale che dormiva spesso vestito, senza lavarsi, ridotto alla follia giovanissimo dall'abuso di eroina e dall'alcool.
Viveva alla giornata e spendeva tutto quello che guadagnava, sempre ricattato dagli spacciatori di cui si serviva.



Inizia ad essere chiamato Bird, registra con Gillespie (nella foto accanto) brani storici e immortali.



Brani come Red Cross, basato sugli accordi di I Got Rhythm, Groovin'High, Dizzy Atmosphere e All the Things You Are, seguiti, a distanza di qualche mese, da Salt Peanuts, Shaw'Nuff, Lover Man (con Sarah Vaughan) e Hit House, altrettanti manifesti del nuovo jazz.

Sempre nel 1945 registra ancora con Gillespie Hallelujah, Congo Blues e Get Happy.
Nello stesso anno Koko, Bille's Bounce e Now's the Time,tre gemme nella discografia di Parker, per molti Koko è il suo capolavoro.



L'attività intensa negli studi di incisione (nella foto accanto con Miles Davis) non significava affatto che la musica di Parker e di Gillespie era accettata da parte del pubblico, lo stesso loro ambiente non accettava quello che a tutti sembravano suoni in libertà.



Parker diventa personaggio, con lui entrano le droghe dure nel jazz, tanti musicisti iniziano ad emularlo sperando di arrivare a suonare come lui, ne moriranno tanti prima che l'eroina cessi di essere una moda e se ne capisca completamente l'estrema pericolosità.

Nel 1946 registra in una session che lo vede completamente stravolto, una versione di Lover Man che è entrata negli annali del jazz.
Una versione stridente, piena di amarezza e frustazione, una versione sbagliata che anni dopo vorrà ripetere ed eseguirà perfettamente, senza però quel momento di angoscia e di pathos che pervade tutta la prima esecuzione.




Si trasferisce in California ma è sempre fatto e vive fuori dalla realtà, viene ricoverato in manicomio.



Ne esce e registra due pezzi bellissimi, Cool Blues e Bird's Next, basato ancora sulle armonie di I Got Rhythm, e poi Cheers, Carvin' the Bird, Stupendous, costruita sugli accordi di 'So Wonderful, e Relaxin' at Camarillo.

Torna a New York e forma un quintetto con un giovanissimo Miles Davis, registra brani come Bongo Bop, Dexterity, Bird of Paradise (sulle note di All the Things You Are), Scrapple from the Apple, Out of Nowhere, Klactoveesedstene e soprattutto Don't blame me e Embraceble you, due esempi da manuale di sensibile e originale utilizzo di un tema di ballad.





Alla fine del 48 il gruppo si scioglie, finisce il be bop e si parla di cool jazz, un bop addolcito e arricchito, visto soprattutto con l'ottica dei bianchi.





Parker inizia a suonare con una orchestra di archi e questo con un buon successo commerciale, l'unico vero della sua breve carriera, registra April in Paris, Summertime, Everything Happens to Me e Just Friends, famosa per il suo splendido assolo.

Nel 1950 viene di nuovo ricoverato, le sue condizioni peggiorano, non è più il geniale musicista che tutti ammiravano, la droga lo ha consumato completamente.

Muore nel 1955

Il medico legale che esaminò la salma non fu in grado di stabilire le cause della morte e stimò a 53 anni l’età di Charlie Parker.
Ne aveva solo 35, la diagnosi ufficiale alla fine fu polmonite.




Difficile inquadrare il suo stile.
Il suo apporto al jazz è assolutamente personale ed istintivo, come Armstrong cambia le regole, modifica il suono, imposta un modo diverso di fare musica, ma lo fa naturalmente, senza averlo prima costruito e pensato





La sua musica è in costante equilibrio fra coscienza e delirio, i suoi assoli particolari, specchio della sua tormentata esistenza.

Il suo improvvisare è il vero be bop, dopo di lui il jazz non sarà più lo stesso e qualsiasi musicista che oggi inzia a suonare il sax non può non tenerne conto.

venerdì 3 agosto 2012

I Grandi del Jazz: 02 - Louis Armstrong





Nasce a New Orleans nel 1901 e muore a New York nel 1971.





Grande personaggio, carismatico e innovativo, al suo talento ed alla sua personalità si deve molta della popolarità del jazz, che esce dai confini americani per diventare un genere musicale amato in tutto il mondo.

Il soprannome Satchmo è un diminutivo per Satchelmouth, riferimento scherzoso alla sua grande bocca.
Gli amici e i colleghi musicisti lo chiamavano solitamente Pops, che è anche il modo con cui Armstrong li chiamava a sua volta.

Il modo di suonare di Armstrong è pieno di melodie originali ispirate e gioiose, sbalzi creativi, ritmi trascinanti e ritmi rilassati, la sua bravura è rifinita da una pratica costante, uno studio continuo con il quale estese le gamme, i toni e le possibilità tecniche della tromba.





Armstrong crea il ruolo del solista jazz, trasforma una musica popolare collettiva in una forma d'arte capace di offrire enorme spazio all'espressione individuale.

Grande innovatore, sperimenta la sua voce e la inserisce in un modo
diverso, utilizzandola come un altro strumento.





Inizia a suonare giovanissimo la cornetta nelle bande cittadine e sui battelli di New Orleans che facevano la spola lungo il Mississipipi.
Nel 22 Armstrong lascia la città e si trasferisce a Chicago per unirsi alla Creole Jazz Band di Joe King Oliver.
Nei primi anni 20 la band di Oliver era la più importante di Chicago, in un periodo in cui Chicago stessa era il centro del jazz.

Nel 1923 incide i suoi primi dischi suonando come secondo cornetto nella band di Oliver, inclusi alcuni assoli.



Nel 24 Armstrong parte per New York chiamato da Fletcher Hendertson.
Passa così definitivamente alla tromba, per armonizzarsi meglio con gli altri musicisti della sezione dei fiati.


In questo periodo incide diversi brani sempre arrangiati dal suo vecchio amico, il pianista Clarence Williams, anch'egli originario di New Orleans.

In queste prime registrazioni, eseguite sempre con piccole band, lo troviamo a duettare con uno dei suoi pochi degni rivali in termini di talento e tecnica, Sidney Bechet.

Torna a Chicago nel 25 e inizia a incidere a proprio nome con i suoi famosi complessi Hot Five e Hot Seven brani famosi come Potato Head Blues, Muggles (riferita alla marijuana) e West End Blues, brani che diverrano lo standard del jazz per molti anni a venire.

Nel 43 si stabilisce definitivamente a New York.







Nei trent'anni successivi, Armstrong si esibirà per oltre trecento serate l'anno.
La maggior parte dei concerti con una piccola band stabile, gli All Stars, di cui facevano parte Barney Bigard, Earl Hines e Barret Deems.







Durante la sua lunga carriera suona con tutti i grandi dell'epoca,da Bing Crosby a Billie Holiday, da Duke Ellington a Bessie Smith, ma in particolare fu importante il sodalizio con Ella Fitzgerald, con la quale incide tre album stupendi: Ella and Louis, Ella and Louis Again e Porgy and Bless.

I suoi dischi degli anni 50 come Satch Plays Fats, in cui interpreta composizioni di Fats Waller, e Louis Armstrong Plays W.C.Handy, dove suona i brani di Handy, sono forse gli ultimi suoi grandi momenti creativi.
I suoi lavori successivi, a parte forse Disney Songs the Satchmo Way, furono criticati per essere troppo semplicistici e ripetitivi.




I suoi brani di successo sono tantissimi, ricordiamo Stardust, What a Wonderful World, When the Saints Go Marchin' In, Dream a Little Dream of Me, Ain't Misbehavin', Stompin' at the Savoy e We Have All the Time in the World.
Brani come detto entrati nella storia di questa musica.




Venne fortemente criticato per il suo non prendere posizioni a livello politico, per il suo comportamento da Zio Tom, accettando di tenere concerti dove i neri non potevano entrare.
In anni di lotte per i diritti civili e di segregazione razziale preferì stare dietro le quinte, ma estremamente generoso fu il più grande finanziatore di Martin Luther King.
Armstrong mantenne la sua agenda sempre piena fino a pochi anni prima della sua morte, e con la sponsorizzazione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che gli valse il soprannome di Ambassador Satch, fece tour attraverso tutto il mondo riscuotendo ovunque un grande successo.




Negli ultimi anni diventa un'icona ed una leggenda vivente, ma non riesce a gestire la propria immagine.

E' l'ambasciatore del jazz nel mondo, ma partecipa ad eventi assai discutibili sul piano artistico (come non citare la sua assurda partecipazione al Festival di Sanremo).





Il Maestro purtroppo non è più in grado di prendere decisioni autonome, si affida a funzionari senza nessuna cultura e senza troppi scrupoli.
Gli ultimi anni sono così un triste declino, un declino che snatura l'immagine del re del jazz, dell'uomo che aveva inventato un nuovo modo di dare musica.

Muore a 70 anni nella sua casa a New York.

La sua personalità incontenibile, come musicista e come figura pubblica, è stata tanto forte da mettere in parte in ombra il suo lavoro di cantante e di musicista, di innovatore, di grande e vero artista.

Come virtuoso della tromba ebbe uno stile unico e un talento straordinario per l'improvvisazione melodica, lo strumento con lui diventa solista e le sue innovazioni sono diventate gli standard per chi è venuto dopo di lui.
Aveva una voce bassa molto caratteristica, che sfruttava con la destrezza dell'improvvisatore per rendere maggiormente espressive le parole e la melodia.

Molte delle incisioni di Armstrong sono tuttora popolari a decenni dalla sua morte ed un grande numero di dischi,lungo tutta la sua carriera, è continuamente in ristampa.
I suoi dischi del 1923 con Joe "King" Oliver continuano ad essere presi come esempio dello stile delle jazz band di New Orleans.

Melancholy Blues, registrata insieme agli Hot Seven è stata inclusa nel disco messo a bordo della sonda Voyager inviata nello spazio esterno per rappresentare le più grandi opere dell'umanità.

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